Chi sono? Perché sono qui e vivo?
Che domande del cavolo da porsi, no? Se racconti a una ragazza che hai per la testa domande del genere finisci immediatamente marchiato come uno “pesante”, uno che probabilmente non sa divertirsi, che non sa prendere le cose della vita alla leggera, uno che si fa mille problemi su qualsiasi cosa, che si mette a spaccare il capello per qualsiasi minchiata che gli passa per la testa.
Come ora. In ufficio, a lavorare. Sto scrivendo codice, sto programmando, sto scrivendo istruzioni per una macchina che chissà mai dov’è. Lo chiamano cloud, nuvola, forse appunto perché è fumoso per chiunque, non solo per me. Comunque, sono qui a scrivere in GO e mi viene da mettermi a scrivere questa cosa, queste lettere, queste frasi. Comincio a scrivere con l’intenzione di scrivere tanto, di far diventare neri un gran numero di questi finti fogli digitali. E perché mai questa cosa? Frutto della mia pesantezza dico io. Ne volete dimostrazione?
Stamattina pensavo che tanto del lavoro che ho fatto, tanti degli strumenti che in questi anni ho costruito ormai non servono più, sono stati dismessi o lo saranno presto. Il mio lavoro, il mio tempo, la mia fatica, tutto preso e buttato, sprecato. Non rimarrà traccia da nessuna parte del lavoro che ho fatto, dell’impegno che ci ho messo. Tutto inutile.
E mentre lavoro ascolto musica, precisamente ora sto ascoltando “Dream Too Much” cantata da Amy Lee, la cantante degli Evanescence, e mi dico: lei canta, lei lascerà qualcosa che esisterà per sempre, questa canzone non morirà, rimarrà incisa da qualche parte… fra migliaia di anni magari ci sarà qualcuno che scavando nella storia dell’umanità la troverà e la ascolterà ancora.
Il mio codice invece non lo troverà nessuno, non lo si troverà nemmeno tra un paio d’anni, finirà nella spazzatura, verrà cancellato da qualsiasi memoria, rimarrà solo un leggero rumore elettromagnetico su qualche disco qui e là e poi se ne andrà per sempre. Tanto lavoro inutile, sorpassato, andato, dimenticato, perso.
E allora la mia vita, le nostre vite, che senso hanno? Perché siamo al mondo? Perché lavoriamo? Per guadagnare e comprarci da mangiare? Per sopravvivere? Per stare il più a lungo possibile a calpestare questa terra? E poi? Tutto inutile, prima o poi moriró comunque, non ci sono soldi o azioni o pensieri che siano in grado di salvarmi, mi dissolverò, gli atomi che ora compongono il mio corpo, le mie dita, quelle che ora stanno toccando i tasti di questa tastiera, quelli dei miei occhi che ora vedono il monitor, quelli dei miei timpani che ora sentono la musica di un pianoforte, quelli dei miei neuroni che mettono un filo di ordine in tutto quel guazzabuglio che percepiscono le mie terminazioni nervose e mi consentono di dire io sono qui ora… ecco, tutti questi atomi finiranno in altro, comporranno qualcosa d’altro, magari nella remota possibilità che questo testo abbia un lettore, alcuni atomi saranno nel suo corpo, o nelle cose che indossa, tocca usa, ma io non ci sarò più, io non sono i miei atomi.
Io non ci sarò più, nulla di quello che ho fatto esisterà più, e quindi, perché sono qui?
Da quando esiste l’uomo esistono queste domande, tutti ce le siamo posti almeno una volta nella vita e nessuno mai ha trovato una risposta. Tante supposizioni ma nessuna prova.
Lasciare qualcosa che resista al tempo ci fa sopravvivere alla morte? Non lo so. Non sono sicuro nemmeno di quello… sarei portato a dire di si, ma non con certezza.
Giulio Cesare è ancora vivo? Leonardo? Einstein? Amy Lee lo sarà? Le sue canzoni la renderanno immortale?
Ecco. Questo inizio credo possa dare di me la giusta idea di quanto posso essere pesante.
Ogni tanto mi gira in testa l’idea malsana di scrivere un libro, di scrivere tutte le cose che mi girano per la testa. Non che io mi ritenga talmente intelligente o interessante da far leggere ad altri chi sono e come la penso, anzi, nessuno dovrebbe mai leggere nulla di quello che sto scrivendo, è sicuramente solo una perdita di tempo, e il tempo è prezioso per tutti. L’idea malsana è scrivere per costruire qualcosa che abbia un minimo di speranza di sopravvivere qualche anno più di me. Forse tutti lo fanno per lo stesso motivo, scrittori, musicisti, artisti, tutti che fanno qualcosa nella speranza che sopravviva al passare del tempo. O forse no. Forse è un’idea che abbiamo in pochi… non so, non ho mai letto statistiche o studi al riguardo, è solo una cosa che posso immaginare.
 

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