Ieri sera pensavo a quello che ho scritto, dell’inutilità della vita, delle nostre brevi ed insignificanti esistenze, del nostro essere granelli di polvere in una tempesta di sabbia.
Probabilmente sbagliavo, nemmeno scrivere canzoni o dipingere quadri permette agli autori di vivere per sempre. Sopravvivono le loro opere, sopravviverà forse il loro nome, ma loro, la loro esistenza, chi erano veramente, quello va perso.
Sopravviviamo forse nella memoria dei nostri figli e se siamo fortunati in quella dei nostri nipoti. Ma per quanto, qualche decina d’anni, non di più. E allora cosa facciamo? Come possiamo provare a lasciare una traccia del nostro passaggio?
Vero che l’umanità dovrebbe essere il risultato della cooperazione volontaria o involontaria di tutti gli esseri umani, ma non mi consola molto sapere di essere una delle gocce che forma il mare, e che senza di me, e senza altri simili a me, molti altri, moltissimi altri, il mare non esisterebbe.
E quindi? Beh, nel mio piccolo delirio di onnipotenza, preso dalla volontà di combattere il tempo, di battermi contro l’oblio che arriverà (sono un illuso, lo so, ma ad essere sincero non ci credo nemmeno io di poter vincere) pensavo a qualcosa da lasciare in eredità, qualcosa che non venga dismessa perché vecchia, perché inutilizzata, perché ormai tecnologicamente sorpassata. Non sono un artista, sono un ingegnere, non ho particolari abilità manuali, non so suonare, non so fare praticamente nulla, non sono nemmeno un poeta, sono solo uno normale e quindi? Quindi ho deciso di raccontare la mia vita.
 

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